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Dai codici a Telegram: dall'αγορά al digitale

Le dicotomie della libertà di espressione nella persona di Pavel Durov, l'ideatore di Telegram

Angelo Serpetti ·

Pavel Durov. (Fotografia tratta dal profilo Facebook di History In Pictures)

Non è insolito notare, seguendo pure a grandi linee la storia e la personalità di Pavel Durov, fondatore di Telegram, che in varie occasioni il suo stile esuberante e anticonvenzionale lo abbia portato a declamazioni sensazionalistiche, tanto forti e d'impatto da configurarsi come veri e propri ictus visivi: nell'era digitale, ormai tutti lo sappiamo bene, non serve confezionare belle geremiadi o produrre chissà quali testi scritti per appassionare l'uditorio, come forse poteva accadere ai tempi di Demostene o di Cicerone. Produci un'immagine sensazionale, vuoi perché apparentemente decontestualizzata, vuoi perché rude e talora volgare, e hai in pugno la comunità degli utenti della rete.

Strano a dirsi, invero, ma il fondatore di Telegram, essendo figlio di un eminente filologo classico ed essendosi lui stesso laureato cum laude in filologia, certamente conosce i meccanismi umani più di ogni altro Jeff Bezos o Mark Zuckemberg che si rispetti: non perché superi in maestria informatica e autopromozionale i suoi colleghi americani, ma perché, forse, a differenza loro, lui ha un'arma in più, ovvero l'accesso a un database che spazia a ritroso nei codici del passato, a cui la filologia, non l'informatica, insegna ad accedere. Se a questo retroscena formativo volessimo poi aggiungere la sua permanenza puerile nella vivace e frizzante Torino negli anni della docenza del padre, forse commetteremmo il peccato di orgoglio nazionalista; ma capiremmo che non abbiamo a che fare con un "impresario del garage" o con un "hikikomori di Harvard", ma con una persona intelligente, resistente e resiliente come molte il popolo russo ne ha forgiate, a cominciare da Vladimir Putin, astuto detentore di una ventennale leadership machiavellica sulla Grande Russia.

Così, nel dito medio di cui la foto di copertina, Durov non testimonia ignoranza o rudezza, ma laconicità e intelligenza comunicativa: al pari, forse, di Alcibiade, tornando ai classici; proprio di quell'Alcibiade, iconico allievo di Socrate che, stando alle cronache antiche, ha da lui ripreso la rude dialettica e la versatilità diplomatica e culturale, tanto da passare, in pochi anni, da essere l'unica speranza di Atene a essere l'uomo forte di Sparta, poi il consigliere del satrapo Tissaferne e, infine, di nuovo l'unica speranza dell'Attica. Un uomo, Alcibiade, che potremmo semplicisticamente definire un democratico, ma nel senso più spregevole, greco, del termine, cioè in grado di infilarsi nelle crepe del sistema politico grazie all'intelligenza oratoria e a una prassi politica che, lungi da essere incoerente perché sempre voltagabbana, ritrova la sua coerenza nel perseguimento dei fini personali.

Nel caso di Durov è evidente che l'interesse personale coincida con quello aziendale, e quest'ultimo, trattandosi di una delle piattaforme più famose al mondo per la messaggistica e la diffusione di ogni genere di contenuto, coincide con la necessità di garantire uno spazio dove tutti possano parlare di tutto; dove, quindi, si innesti il delicato equilibrio tra l'identificabilità e la tutela dell'utente: la prima per il plauso dei governi e delle autorità giudiziarie; la seconda per il plauso delle attività criminali, belliche e di opposizione politica. Di qui, forse, anche il perché del nome, Telegram, "telegramma". Il tutto, auspicabilmente, su prospettiva globale, quindi neutrale nei riguardi di questa o quella fazione: di qui, forse, vengono naturali le dichiarazioni di Durov sulla neutralità e sul non coinvolgimento della piattaforma nello scacchiere geopolitico mondiale, come anche la spesso recriminata incoerenza.

Durov, oltre che definirsi taoista e vegetariano, confermando, al pari di un moderno Alcibiade, un'esuberanza comunicativa volta ad avvicinarsi al target post-sessantottino (come dimostrano anche la sua dichiarata stima per Steve Jobs e Che Guevara), si definisce anche miniarchico-libertario, proponendo, come ormai risulta palese dallo sviluppo argomentativo di cui sopra, un nuovo feroce laissez-faire post-thatcheriano conseguente alla pesante memoria della politica economica sovietica e dell'opprimente bipolarismo ideologico e, soprattutto, commerciale: per dirla in maniera spicciola, basta che l'ordine internazionale garantisca che non si verifichino eclatanti illegalità, lasciando ai privati il resto della partita globale. Forse è anche per questo che l'iniziativa di Telegram ha avuto il suo cospicuo successo fuori dai confini della Russia, quando, nel 2014, ai veri albori della crisi ucraina, Durov annuncia implicitamente il suo anti-putinismo con iniziative, reticenze e post apparentemente eloquenti; assume cittadinanze non russe ( in primis nevisiana, francese ed emiratina) e, con una poderosa manovra mediatica, annuncia la nascita di Telegram dopo esser stato spodestato dalla sua prima creatura, VK: così, ostentando abilmente la bandiera della libertà d'espressione su Internet nel clamore mediatico provocato dai rivolgimenti interni alla Russia, l'aeroplanino di carta con lo sfondo blu ha spiccato il volo tra i download in Occidente, sotto l'egida e il beffardo motto di "Dog Resistance".

Ovviamente, tuttavia, non si può ambasciare l'ideale della libertà d'espressione senza che questa rischi di diventare un'arma a doppio taglio, perché quando sostieni eticamente una start-up che si propone di combattere l'oscurantismo digitale russo (ricordando che la Russia ha bloccato l'uso di VPN, proxy e del sistema Tor solo nel 2017, dopo alcuni anni dalla nascita di Telegram come società con sede a Berlino prima, negli Emirati poi), rischi di trovarti in una condizione di ipocrisia quando condanni Telegram di veicolare informazioni non conformi alla narrazione ufficiale della tua nazione: così, alla pari di un Alcibiade che si rispetti, fuggito dalla sua Atene per trovare rifugio presso i nemici della propria patria, Telegram, e in primis Durov, si sono ritrovati a dover affrontare le stigmate di essere la piattaforma del narcotraffico, della pedopornografia, della disinformazione e della destabilizzazione sociale, tanto da covare tensioni con i governi di Brasile, India, Iran, Stati Uniti, nonché molti altri, tra cui, ovviamente, la Russia e, inaspettatamente, la Francia.

Di certo a molti non sarà sfuggito il recente mandato di arresto russo incombente su Durov in quanto, stando all'accusa, incitatore del terrorismo: sin dallo scorso febbraio si incrimina a Durov, come sovente è successo in altre dispute con i governi, il non aver bloccato un canale considerato criminale o sovversivo; nel caso specifico, trattasi di un canale in cui agenti del servizio segreto ucraino, fingendosi donne, avrebbero spinto uomini psicologicamente fragili ad atti di terrorismo in Russia. Se però, semplicisticamente, la reazione dinanzi alla notizia, lungi da spiegazioni più chiare, è stata quella di recriminare la scure imperante nell'ex-impero sovietico, sembra quasi dimenticato, per non dire cancellato, forse a causa della saturazione di informazione del mondo digitale, il marchio che altrettanto semplicisticamente, nel 2024, è stato impresso a Telegram in quanto canale filorusso, se teniamo presente la vicenda che ha coinvolto Durov in Francia dal 25 agosto 2024 in poi.

The Indian Times riporta al riguardo le dichiarazioni di Durov in un suo post su X:

[...] la polizia francese mi ha trattenuto per 4 giorni perché alcune persone di cui non avevo mai sentito parlare usavano Telegram per coordinare i crimini. [...] Arrestare l'amministratore delegato di un'importante piattaforma per le azioni dei suoi utenti non solo era senza precedenti: era legalmente e logicamente assurdo. [...] Finora, l'unico risultato del mio arresto è stato un danno enorme all'immagine della Francia come Paese libero.

E ancora, riguardo un successivo evolversi della vicenda che testimoniava come le autorità francesi recriminassero a Durov il non aver oscurato dei canali di estrema destra di ispirazione filorussa nell'ambito delle elezioni del 2025 in Romania, il CEO di Telegram risponde così (riporto la traduzione del post a cura del magazine Panorama ):

Questa primavera, al Salon des Batailles dell'Hotel de Crillon, Nicolas Lernier, capo dell'intelligence francese, mi ha chiesto di vietare le voci conservatrici in Romania prima delle elezioni. Ho rifiutato. Non abbiamo bloccato i manifestanti in Russia, Bielorussia o Iran. Non inizieremo a farlo in Europa.

Incredibile pensare come sferzate così gelide, tipiche di certo della bora e degli altri venti della steppa sarmatica e siberiana, nell'omnibus sempre più regolamentato del World Wide Web, siano passate tanto dimenticate nel giro di appena un anno: da recriminare Durov per connivenza con i suoi compatrioti, adesso lo ergiamo nuovamente a paladino del mondo libero nella Russia tirannica. Del resto, anche Atene, dopo aver affidato al suo Alcibiade l'onerosa spedizione siciliana, dopo averlo elevato a nemico pubblico per la faccenda delle Erme Sacre e per il voltagabbana con Sparta e i Persiani, ha accolto immemore il suo pupillo in pompa magna.

In altri tempi, forse, dire alla Francia battagliera, paladina della libertà come testimonia il suggestivo dipinto di Delacroix, di vedersi lesa l'immagine di Paese libero, peraltro con la faccia tosta di intromettersi, magari indirettamente, negli affari interni di uno Stato, la Romania, che neanche è mai stato di propria ingerenza coloniale, avrebbe suscitato un fervore libellistico tanto dirompente da suscitare un dibattito in seno proprio alla mitologia nazionale di quello stesso Paese, che, sempre in epoca recente, ha visto verificarsi i fatti della redazione dello Charlie Hebdo e rispondervi con ammirevole autocritica, lungi dalla incresciosità dell'attentato, specie riguardo i rapporti controversi tra la legislazione francese e la popolazione musulmana: dunque, perché, in un caso, tuteliamo la libera espressione e nell'altro la recriminiamo? La risposta, forse, è semplice tanto quanto sofferta: siamo liberi di esprimerci finché in concordia con gli interessi della nazione e finché la nostra voce resti una delle tante del coro o dell'aia. Tuttavia, lungi da recriminare la Francia o la Russia senza recriminare ab ovo gli stati di tensione vigenti che giustificano gli accanimenti verso l'informazione libera come quello avvenuto a suo tempo contro WikiLeaks, e lungi da fare di Durov un martire del libero pensiero piuttosto che un esempio di libera iniziativa economica in prospettiva machiavellica e liberale, ne voglio piuttosto evidenziare la vicenda per mettere in luce i paradossi del mondo contemporaneo, della democrazia e del digitale, sottesi ai soliti "fervori delle folle" (Le Bon) che animano le αγοράι da tempi immemori e che non permettono di distinguere semplicisticamente tra "buoni" e "cattivi", tra "Cuor di Leone", "Robin Hood", "sceriffi di Nottingham" e "Senza Terra"; ma che permettono, a chi sa manovrarli e gestirli a suo comodo, come Pavel Durov, di crearsi un'immagine sempre e comunque nobilitata, al pari di un immortale Alcibiade.