Critica
Dentro ognuno di noi c'è un po' di Romand, e questo ci fa paura
Perché riusciamo a percepire l'umanità anche laddove apparentemente non è presente, e come Carrère ce lo fa notare dolorosamente
Leonardo Macioci ·

In ogni storia d'amore si annida una tragedia, come una metastasi dormiente, una singolarità pronta a deflagrare producendo effetti devastanti. Nel caso della storia d'amore tra Jean-Claude Romand e Florence Crolet, l'esplosione si è verificata la mattina di sabato 9 gennaio 1993.
Quella mattina, Jean-Claude Romand – rispettato ricercatore presso l'Organizzazione mondiale della sanità – uccise la moglie e i figli, Antoine e Caroline; poco più tardi assassinò anche i genitori, Aimé e Anne-Marie Romand. Prima della madre aveva ammazzato anche il cane.
Tentò infine di suicidarsi, ingerendo una cospicua dose di Nembutal scaduto e dando fuoco alla propria abitazione con all'interno i propri familiari; fallì e fu soccorso dai vigili del fuoco dopo aver perso conoscenza.
Emmanuel Carrère – che seguì da vicino lo svolgimento del processo al pluriomicida, nonché bugiardo patologico, Jean-Claude Romand – scrive, con una prosa tersa e una capacità di indagine emozionale notevolissima, all'interno de L'Avversario : "Non riuscendo più a respirare, si è trascinato fino alla finestra e l'ha aperta."
Molte delle persone che si approcciano alla tragica storia di Romand considerano questa conclusione l'ennesima dimostrazione dell'individualismo egocentrico dell'uomo: colui che, nonostante l'immane quantità di dolore che ha causato, sceglie di non sopperire al proprio dannoso istinto di autoconservazione narcisistica. Colui che sceglie di vivere e di lasciare che i corpi dei figlioletti e quello della moglie, steso come se stesse dormendo, vengano carbonizzati. Dal mio punto di vista, invece, la decisione di Romand – sia essa semi-involontaria o puramente consapevole – costituisce la prima vera e propria presa di coscienza da parte del protagonista di quest'opera così umanamente sinottica, che analizza in modo perfetto la capacità dell'uomo stesso di vedere l'umanità in ogni cosa, di assaporarne l'unicità morbosa e procace: così Carrère fa empatizzare con un criminale – in modo doloroso e quasi insopportabile, sebbene con risultati alterni e un finale leggermente debole in quanto paternalistico e condiscendente – , e così Jean-Claude Romand è un essere umano qualsiasi e archetipico, a cui una piccola bugia è sfuggita di mano.
"L'Avversario" è uno dei tanti nomi con cui è possibile appellarsi a Satana, l'esemplificazione assoluta e demoniaca del male; effettivamente, il termine incarna con chirurgica precisione la vita di Jean-Claude Romand, impegnato in una costante lotta contro sé stesso. Il procedimento che seguo per dimostrare la mia tesi prima enunciata – tanto in controtendenza, da quel che ho potuto evincere dalle reazioni di altri lettori, rispetto alla interpretazione più emotivamente canonica – si fonda su un assunto dello scrittore: ciò che è accaduto per mano di Romand – oppure a Romand – è da attribuire a forze oscure e sconosciute, che abitano il sottosuolo scabroso della nostra mente; e che emergono solo quando siamo noi stessi a risvegliarle.
Per questo, personalmente, credo che il tentativo finale e disperato di Romand di salvarsi sia stato solo un risveglio, un riemergere, un inalare l'aria imbevuta di salsedine, che fa male alla gola ma che inebria; Jean-Claude Romand, per anni incatenato, ha spezzato il giogo e si è salvato. Aprendo la finestra e disintossicandosi.
Capita fin troppo spesso di vedere in televisione delle immagini che andrebbero vietate ai minori, come quelle che raffigurano alcune vespe mentre parassitano dei bruchi inermi, riempiendoli di larve che divorano voracemente l'ospite dall'interno. Il parallelismo, per quanto disgustoso, è perfettamente funzionante, con un unico colpo di scena: il bruco si ribella alla vespa e, dopo mesi di marcescenza corporale, riesce a eliminare ogni residuo di quella tortura, per come interpreto l'epilogo delle tribolazioni del criminale. Nel caso di Romand il rapporto tra parassita e ospite maldisposto – probabilmente – assomigliava molto a una simbiosi, sebbene malsana.
Per diciotto anni, Jean-Claude Romand fece credere alla propria famiglia più intima e ai propri conoscenti di essere un medico, laureato all'università di Lione e poi impiegato all'Oms, con diverse millantate cattedre in svariati istituti di specializzazione, nonché con frequenti impegni per via dello svolgimento di convegni e conferenze in ambito scientifico a livello internazionale (in realtà andava a Ginevra, distante venti minuti in macchina, e si rinchiudeva in hotel, sfogliando riviste mediche). Accumulò grandi somme di denaro per sostenere uno stile di vita benestante, frodando i propri familiari con le promesse di guadagni originatisi dalle speculazioni, e avvalendosi degli investimenti dei creditori per finanziare le proprie spese, indebitandosi per milioni di franchi. Mentì riguardo alle proprie condizioni di salute, affermando di avere un linfoma e sfruttando questa finta problematica per fare leva – sia psicologicamente che economicamente – su amici e parenti. Tradì Florence Crolet – una donna che non l'aveva mai veramente amato, ma che l'aveva sposato per qualche improvvisa esternazione di solidarietà – con un'affascinante donna parigina, Corinne, che tentò di strangolare a morte, senza riuscirvi.
Durante il processo – la cui istruzione ha indagato minuziosamente sulle tendenze mitomani dell'imputato – si è scoperto che Romand non aveva mai sostenuto l'ultimo esame del secondo esame del corso di laurea in medicina, mentendo da allora su ogni singolo dettaglio della propria vita, coordinando e calibrando ogni azione per impossibilitare chiunque a triangolare la bugia, separando con metodicità vita lavorativa e vita privata – almeno a suo dire – e impedendo a coloro che lo circondavano amorevolmente di sviluppare sospetti nei confronti di un uomo che appariva, tutto sommato, esemplare: intelligente, modesto, disponibile, e riservato. E quando la metastasi è collassata, un uomo intelligente, modesto, disponibile, e riservato è diventato improvvisamente un uomo umano.