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Il marcetto e "Il formaggio e i vermi"
Un epitaffio a Carlo Ginzburg, lo storiografo che respirò l'aria di Pizzoli
Angelo Serpetti ·

Deus nobis haec otia fecit.
Così inizia il racconto a struggenti toni neorealistici che Natalia Ginzburg, fu Natalia Levi, scrisse e titolò "Inverno in Abruzzo", raccolto ne Le piccole virtù (Einaudi, 1961) di cui riporto la trasposizione digitale a cura della community Poetarum Silva : una prosa cruda, al pari di un Verga, di un Capuana, di un Pavese; ma dove emerge non tanto la serenità della I Ecloga delle Bucoliche , posta lì come ironico vessillo per prendersi gioco del lettore, quanto l'atmosfera dei Tristia di Ovidio, abruzzese anche lui, ribadiamolo, espulso dal suo "paradiso latino", citando Baudelaire, per andare a vivere in una catapecchia sperduta sul Pontus, nei pressi dell'attuale Crimea.
Sì: evidentemente, a quella coppia di cittadini che, suo malgrado, era scappata dalla guerra rifugiandosi a due passi dalla città di Sallustio, il mondo arcaico dell'Abruzzo stava un po' stretto. Vedere donne sdentate a soli trent'anni; sentire gli agghiaccianti stornelli esorcizzanti sulle "matree" (matrigne) che cucinavano i figli non loro; farsi chiamare per ogni scioccaggine solo perché il marito era insignito del titolo di "professore": quel marito, Leone Ginzburg, che avrebbe lasciato la vita nella Resistenza.
In quel paese che Natalia neanche si degna di nominare, forse per mantenere la fastidiosa auraticità di un topos, quello della disillusione rurale, che ormai era diventato tanto classico quanto le immagini arcadiche delle Ecloghe virgiliane; in quel paese che, dall'articolo di Michela Corridore su Il Centro, ho appreso pochi giorni fa chiamarsi Pizzoli, sorprendentemente vicino al mio paese, Arischia, avrebbero passato la loro prima puerizia i figli di quella coppia esule, Carlo e Andrea, di cui la stessa madre ci trasmette l'entusiasmo, quasi il non importarsi di quanto invece la città, di cui i loro genitori loro raccontavano, affascinasse e riempisse di malinconia i cuori degli esuli.
Resterebbe, a detta di un'interpretazione frettolosa ma non per questo da disdegnare sul titolo della raccolta, che a quei bambini rimanesse la "piccola virtù" della resilienza, di saper vedere l'Arcadia dove Arcadia non v'era; di rispondere, alla madre che anelava le botteghe di Torino, che lì, a Pizzoli, c'era la bottega di Girò, che lanciava le arance marce ai bambini, i quali vi si fiondavano senza pietà, e non transigeva sui prezzi delle merci, specie in quegli anni di fame nera.
Fosse che, invece, quei bambini vedevano in quell'universo, tanto diverso da quello a cui apparteneva l'anima della loro madre, qualcosa di più profondo? Una semplicità, una sporcizia autentica e un'umanità davvero presente a sé stessa, alla propria matrice più profonda e irrinunciabile? Una visione del mondo che non si basasse sulle grandi fuffe delle ideologie del Novecento, quelle che avrebbero portato alle guerre o alla parabola discendente che il nostro secolo cittadino e benestante vive da una prospettiva sociale, culturale, ambientale; ma su quei tanto ostentati "valori della terra", valori che diventano propri più degli "Untermenschen" che degli "Ubermenschen": quella sana superstizione e disillusione pragmatica paesana; quel legame profondamente e irrimediabilmente "pagano" tra la nostra anima e quella del mondo; quella virtù che, come ci aveva detto Persio ma come ci ribadiscono molti altri, giammai deriva dal cuore o dal cervello, ma dal ventre, o, se preferite, dal "budello", o da "quel qualcosa che fa rima con cervello".
Così, tornando a storiografi come Bloch, a quella corrente storiografica degli Annales che vedeva nelle suggestioni culturali del pagus mere "psicosi collettive" pseudo-junghiane, che forse, invece, non fossero i grandi idealismi puliti e perbenisti, politicamente corretti e formalmente ineccepibili a rappresentare la "psicosi esistenziale", quel sintomo di un deprecarsi dell'animo del più profondo uomo alla stregua di un Icaro cui si sciolgono le ali, quella folle profilassi di un uomo che vuole curare sé stesso non curandosi della propria totalità di essere "umano", cioè "della terra" (da humus )?
Mi piace pensare – forse semplicisticamente, lo ammetto – che, a forgiare Carlo Ginzburg in quegli anni in cui l'immemore puerizia correva tra i viottoli di Pizzoli, sia stata la tempra di quella terra "dove esiste solo estate e inverno" – per riprendere Inverno in Abruzzo –; che sia stata l'anima dell'Abruzzo più autentico a lasciare un'impronta, forse invisibile ma indelebile, come notiamo dallo sguardo arzillo di cui la foto riportata a fine articolo, su quel luminare che ha segnato un'intera pagina di ricerca accademica e di suggestione culturale, la microstoria, tra gli anni '60 e gli anni '70; che, scrivendo l'opera che ne ha consacrato la fama ai posteri, Carlo abbia pensato a quel marcetto che, forse, ha potuto prendere dalla bottega di Girò.
Con la scomparsa di questo "microstorico", dunque, voglio celebrare non solo lo studioso; ma soprattutto l'abruzzese, o, meglio, riprendendo l'immagine di Corridore, "l'abruzzese d'adozione".