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Totò: un omaggio "toto animo" al principe della risata

Anticipandomi rispetto agli snervanti commiati del 16 aprile 2027

Angelo Serpetti ·

(Fotografia tratta dall'articolo di Vania Pillepich/TGFuneral24)

Perché ho scelto quest'immagine di copertina? Mi ha subito intrigato, anzitutto, il colore rosso, ma non per particolari simbologie ideologiche, quanto per come riesca a mettere in risalto l'antinomia di questo Giano bifronte che è Antonio De Curtis: il nobile, il principe filantropo e intellettuale napoletano; il napoletano stereotipico che ha fatto sconquassare dalle risate milioni di italiani.

Sua, infatti, è l'immagine sulla morte che più mi ha lasciato impresso, quasi esterrefatto, come nessun altro poeta o filosofo ha mai potuto, anche e soprattutto in ambito esistenzialista: "La morte è una livella", ci rende tutti uguali; forse è l'unico evento della vita a renderci tutti uguali, sia che intendiamo "uguaglianza" in senso illuminista, sia in senso conformista.

Sue, a maggior ragione, sono delle consistenti collaborazioni con vari registi di teatro e di cinema, nei quali si denota l'elasticità dell'attore che, rinomatamente, improvvisava la propria apparizione scenica tout court e riusciva a rivestire ruoli diversi in sceneggiati diversi, pensando soltanto al Totò idealizzato dalla cultura popolare o al De Curtis che, difatti, aveva recitato anche con Pasolini.

Proprio in virtù di quest'ultimo nome, in relazione al rapporto conflittuale tra un intellettuale impegnato e critico, quale Pasolini, e un intellettuale impegnato e critico, quale De Curtis, che possiamo rassomigliare a un τόπος caro alla più alta letteratura, in primis tra Orazio e Persio; in secundis tra Marziale e Giovenale: Pasolini è il criticone, l'analista bacchettone accusato nondimeno di deviazione dal costume culturale in quanto critico sui generis, e non semplicisticamente sessantottino, del medesimo; De Curtis, invece, è il comico, o l'umorista pirandelliano; colui che, esacerbando ed esasperando il connotato dell'italiano medio nel suo πρόσωπον, ne portava i vizi e le virtù come un esemplare capro espiatorio, come un Charlie Chaplin italiano.

Per approfondire il tema, rimando al video d'epoca delle Teche Rai dove si analizza proprio il contrasto tra Pasolini e De Curtis, disponibile qui .

Devo ammettere, in fondo, che mi sia sempre risultato difficile catalogare in schemi letterari convenzionali la comicità del De Curtis, se non appunto definirlo, come penso anche altri abbiano fatto, come un "Chaplin italiano": perché "italiano"? Ovvio, se ripensiamo al personaggio tipico che De Curtis ha spesso rivestito: l'italiano mediocre cui arride la sorte, poiché troppo sempliciotto per sopravvivere alle trame di personaggi più scaltri o troppo inetto per affrontare vis-à-vis codesti, secondo uno schema talora plautino, talora machiavellico, talora goldoniano, talora pirandelliano, talora semplicemente "alla Totò".

Cosa può lasciare dunque De Curtis alla nostra gioventù? Semplice: molte grasse risate, amare riflessioni, ma, soprattutto, un impegno ad apprezzare la grandezza di una comicità che giammai voleva essere schierata ma che non voleva non essere politica, in un certo senso, volendo infatti auspicare la redenzione materiale del popolo italiano a partire proprio dalla propria italianità, forse dalla propria "napoletanità", avallando il boom economico, sì, ma senza lasciarvisi sommergere culturalmente.