Opinione
Esame di (im)Maturità: omaggio a dei compagni di viaggio
Tra una riforma e l'altra, il senso profondo dell'Esame che tutti ricordano
Angelo Serpetti ·

Come conseguenza del decreto-legge n. 127/2025 voluto dal Ministro Valditara, per la prima volta dal 1999 è lecito, e non più abitudine o clamore mediatico, chiamare l'Esame con cui si conclude l'ultimo anno di scuola superiore come "Esame di Maturità".
Tralasciando le retoriche politiche bipartisan, sia quelle che vedono nella riduzione del numero di commissari un affare per le casse pubbliche sempre più indebitate, sia quelle, di cui la nota del sito del MIM , che inseriscono la riforma in un più ampio programma di "ammodernamento dell'istruzione pubblica", voglio soffermarmi su questa scelta che puzza di antico, di anacronistico, ma che sottende pure un ricalco sul valore del termine "maturità", sia che lo si elevi, sia che lo si inflazioni, nel porlo a denominazione dell'Esame tanto venerato dalla recente cultura popolare, pensando solo alla canzone di Venditti o al rito dei 100 giorni.
Insomma: cosa significa "Esame di Maturità"? Oggi, ieri, domani?
Lo so: affrontare questo tema, per me che sto per uscire dal contesto liceale e che sono reduce delle prove d'Esame, in speranzosa attesa degli esiti delle stesse, potrebbe significare un abbandonarsi troppo semplicistico e fuorviante all'esperienza personale di studente di quinto anno di Liceo scientifico. Io, tra l'altro, i miei 100 giorni non li ho passati a Collemaggio o a Magione Papale, quindi non ho subito il presunto "scandalo" organizzativo di quest'anno per cui tanti miei coetanei, in primis i compagni a cui dedico quest'articolo, si sentono offesi, ma nei pressi del Santuario della Ienca, sopra il torrente Tempera, allungato sull'erba e cullato dal sole, dalla brezza montana e dallo scorrere del fiume; io, inoltre, tra l'ultimo giorno di scuola e il tema di italiano, sono andato al mare per pescare vongole e ripassare matematica tra una nuotata e l'altra, invece che magari girare come un ebete impollinatore tra i locali della movida serale aquilana. Nella vana fiducia che non sia stato l'unico tra gli attuali maturandi a condurre questa inusuale ritualità, mi chiedo: cosa significa la Maturità? I 100 giorni? Il clima di "scuola-non-scuola" che frizza sempre più tra le classi asfissianti di metà maggio?
Per ambire all'oggettività richiesta da questo giornale, avrei voluto produrre un sondaggio da esporre in un articolo più strutturato; oppure produrre un fotoreportage da pubblicare su questo giornalino, una sorta di "annuario" che ogni anno si è proposto ma che nessuno ha mai portato a termine: perché questo volere ma non fare? Perché l'Esame di Maturità è l'Esame di Maturità; è qualcosa che ti prende fino al midollo, che ti coinvolge visceralmente perché ti fa capire che stai crescendo, che stai "maturando", che né sei maturo né sei immaturo; sei in quel limbo kierkegaardiano in cui stai concludendo un capitolo della tua vita e ne stai per iniziare un altro: questo capitolo, insomma, va chiuso bene, con il giusto challenging mood , con la giusta sensazione di competizione con sé stessi. Al pari di un rito sciamanico, di un "battesimo" profano nel mondo dei grandi: ecco come vedi a un certo punto l'Esame di Maturità; ecco come, a un certo punto, non puoi fare altro se non pensare a quel traguardo, perché poi chissà quello che verrà...
Questo, per tornare alla domanda di prima, è il sempiterno della Maturità, almeno a modesta visione di chi l'ha quasi attraversata tutta e ne ha esperito le fasi altalenanti, da "Mah: basta che esco!" a "Oddio: se non esco con x crediti giuro che...", passando per notti in bianco, battutacce con gli amici, serate intense di studio ed esorcizzazione adolescenziale. Ma, invece, stando proprio a questo sempiterno , cos'è, in fondo, la "Maturità" di oggi rispetto a quella dell'altro ieri o all'Esame di Stato di ieri?
Almeno alle prime battute della riforma Gentile, di fatto immutata fino alla riforma Berlinguer del 1999, la Maturità veniva in effetti sentita come un esame complicatissimo, composto di tre scritti e un interrogatorio inquisitorio, per usare un eufemismo. Poi, attraverso varie graduali riforme la cui capostipite è proprio quella di Luigi Berliguer, l'Esame, snellendosi progressivamente, ha smesso di chiamarsi Maturità ed è diventato di Stato: ciò a significare, in fondo, una svolta pedagogica più che politica; a testimoniare, in continuità proprio con la tradizione pedagogica che in Gentile, tanto quanto in Montessori, ha trovato caposaldo, che, nella contemporaneità, non contava, come nel passato pre-digitale, il nozionismo esasperante, didascalico, enciclopedico, che tanto intimoriva lo studente medio, quanto piuttosto l'approccio multidisciplinare, critico e innovativo, che, lungi da fuorviare dal fulcro contenutistico, incentivava la verve dello studente, l'originalità, in accordo alla massima che le menti non sono "scatole da riempire" ma "fuochi da alimentare".
Questa, forse, è stata la forza dell'Esame di Stato, che, più del precedente, ha avuto il diritto di chiamarsi Maturità: permettere il confronto con sé stessi e con il mondo culturale su una prospettiva diversa, non scolastica ma adulta e consapevole, su chi siamo e sulla nostra libertà critico-risolutiva. Sì: ogni anno il rito è rimasto il medesimo. Carpire il più possibile della traccia ventura in italiano; copiare il più possibile a matematica mettendo in campo le strategie più audaci; pregare qualsivoglia nume che all'orale il commissario esterno non fosse tanto carogna da sgamare i trucchetti dello studente birbone o da affossare lo studente sempre stato eccellente. In ogni caso, tra una risatina e l'altra, tra una furbata e un'effettiva applicazione nello studio, ecco cosa imparavano, e dovrebbero imparare i maturandi: a cavarsela con quelle soft skills di cui tanto si parla in ambito di studenti modello, ma che, forse, trovo più negli studenti birboni...
Mi sono chiesto, dunque, alla luce di tutte le dicerie da corridoio, tanto infondate quanto verosimili, di mitologie del copiare perfetto o di "colpi di Venere" (per non dire altro) mozzafiato, quale fosse il senso effettivo di stampare tanta carta tra fotocopie e fogli protocollo e burocrazia se non la ritualità del passaggio o il far parlare i giornali; mi sono chiesto, alla luce di una riforma Valditara e della sua formula mista "Discipline ridotte + Pour parler dell'FSL", cosa lascia all'Esame l'aver troncato quell'approccio metanozionistico degli anni precedenti e l'averlo relegato a un momento isolato del colloquio.
Dal mio personale punto di vista, sembra quasi che con l'attuale nuova impostazione si ambisca a decantare : in entrambe le accezioni dell'italiano, scindere tra persona e studente, senza vederli nella globalità del colloquio trasversale degli scorsi anni; o anche gonfiarne il petto come i rospi, cioè con aria e fuffa, incentivando la pratica di sopravvivenza dello "scopiazzare una presentazione di FSL convincente" per "cantarsela e suonarsela dicendo quelle quattro necessarie cavolate".
Lo so: forse non concorderete con me; forse direte che questa riforma ci ha agevolato la vita, o forse ce l'ha affossata, a seconda che il vostro studio sia stato mnemonico o trasversale, che la vostra attitudine verso il contesto scuola sia stata umile o piena di sé. Ma io vi rispondo così: dinanzi alla prima rituale difficoltà della vostra vita, preferite far giocare un po' il vostro io con un qualcosa di nuovo e pienamente stimolante che faccia venir fuori il meglio di voi stessi, oppure vi limitereste a pappagallare quattro stupidaggini giusto per poi proiettarvi verso l'ignoto?
Lo so: forse, il mio grande "amico di merenda", con cui abbiamo mangiato matematica e salsiccia di fegato, non concorderà con il 95 per cento di quello che ho detto. Se ne uscirà di certo con qualche battuta spiazzante, dopo avermi appellato affettuosamente "Minì(stro)", come ha fatto nel corso degli anni in cui abbiamo studiato insieme o nel corso dei giorni in cui ci preparavamo all'ultima prova delle superiori, lui per "abbozzare" e io per "sperare al meglio aspettandomi il peggio". Forse è proprio quello lo spirito della Maturità che non può mai mancare, tra un ministro e l'altro: il sano cameratismo che ci porta a festeggiare ogni singolo esercizio di matematica riuscito con una battuta sulle ragazze o con un qualche alimento esotico.
Il senso del viaggio è il viaggio, non la meta.