Critica

Gli esempi di fantascienza avverata spesso si sprecano

È strano che, nel XXI secolo, un genere fondativo come quello fantascientifico ancora venga bistrattato ed etichettato come di second'ordine

Leonardo Macioci ·

(Fotografia tratta dall'articolo di Renato Pestriniero/Cose da altri mondi)

Ho sentito uno strano solletico, quando ho letto l'articolo di Mauro Covacich pubblicato su La Lettura in data 28 giugno e intitolato "Contro la fantascienza"; potrebbe essere stato a causa della premessa iniziale, ovvero che lo scrittore abbia letto ben poca fantascienza, la quale invalida l'articolo in sé, riducendolo a un cumulo di farneticazioni ed elucubrazioni poco argomentate e molto stereotipiche; potrebbe essere stato a causa del fatto che gran parte dell'articolo – il quale avrebbe dovuto sviscerare una tematica quale quella del ruolo di un intero genere nel panorama socio-culturale e letterario – si soffermi sugli avanzamenti tecnologici dei nostri tempi invece che approfondire una questione che avrebbe necessitato di pagine e pagine del supplemento domenicale al Corriere della Sera; oppure potrebbe essere stato a causa del parallelismo tra la destrutturata realtà kafkiana e quella fantascientifica di opere come Ubik , di Philip K. Dick, per citare alcuni esempi utilizzati dallo stesso autore dell'articolo.

Non so individuare chiaramente quale di questi snervanti elementi dell'articolo mi abbia spinto a scrivere una piccata controargomentazione rispetto alle tesi avanzate da Covacich, e probabilmente il mio fastidio è dovuto a una mescolanza di mediocrità espressiva a livello letterario e di macchiettistica e imprecisa descrizione di un genere fondativo per il mondo del XXI secolo.

Analizzando profondamente l'articolo – attività non troppo complessa, vista la superficialità delle asserzioni sulle quali poggia precariamente –, sono convinto di poter riassumere il suo contenuto in un punto chiave: per Covacich la fantascienza ha fallito rispetto alla propria finalità, ovvero la predizione del futuro: ergo, non c'è più alcun motivo di leggerla.

Tuttavia, tale affermazione contiene al proprio interno una convinzione marchianamente errata, perché la fantascienza non nasce con l'obiettivo semi-profetico di disvelare la soluzione all'incertezza del futuro con delle capacità oracolari, quanto di smontare la realtà con degli angoli prospettici necessariamente estranei a una percezione già esperita o sperimentata, anche se con una declinazione differente.

Sostanzialmente, gli scrittori di fantascienza parlano del presente con una visione retroattiva, trasponendo il futuro per farlo divenire una realtà palpabile e comprensibile, a seguito di un attraversamento del finto specchio che separa due stanze altrimenti interconnesse; dopotutto, questa è una modalità di svellimento descrittivo delle problematiche che attanagliano chi vive ed esiste – in qualsiasi epoca, e con un tempo verbale al presente – decisamente poco originale: il romanzo storico manzoniano riflette sul presente pensando al passato, con una critica che filtra oltre la struttura narratologica per raggiungere direttamente il lettore, sempre e comunque. Questa tendenza è stata obbligatoriamente sovvertita dagli scrittori di fantascienza, che, fuoriusciti da un momento di sconvolgimento come quello immediatamente successivo ai grandi conflitti del Novecento – l'apogeo dello sviluppo evolutivo fantascientifico è stato raggiunto nel corso del XX secolo, dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale –, hanno tentato di restituire un'esegesi politica e ideologica contrapposta alle storture che avevano distrutto il mondo per come le generazioni precedenti l'avevano conosciuto, scivolando verso un futuro che stava avvicinandosi più velocemente di quanto il presente potesse esaurirsi.

È stato grazie alla fantascienza che sono avvenuti i più aspri attacchi alla spersonalizzazione portata avanti dai totalitarismi, alla radicalizzazione delle posizioni politico-culturali, alla disinformazione sdoganata come mezzo di acquisizione del potere; ed è sempre grazie alla fantascienza che le persone sono state assordate da numerose tacite proteste e dimostrazioni rispetto alle più gravi crisi di questo secolo, come il cambiamento climatico e l'avvento di tecnologie sconfinatamente indomabili, le quali – a oggi – giocano un ruolo tanto fondamentale quanto pericolosamente vicino a una superefficienza incomparabile alla manodopera – manuale e intellettuale – dell'uomo, abbacinato dal proprio protagonismo eccezionalista.

A questo punto, mi viene da sollevare una sottilissima obiezione, nonché – credo – legittimo dubbio, nei confronti delle fallaci argomentazioni Covacich: la fantascienza è veramente risultata incapace di presagire e prevedere cosa sarebbe accaduto a decenni dalla pubblicazione di un qualunque libro appartenente al genere?

Mi avvalgo dell'esempio cardine adottato da Covacich per esemplificare il genere fantascientifico: all'interno di Ubik – capolavoro di Philip K. Dick –, viene presentato un futuristico scenario nel quale – tra le altre cose – per il funzionamento degli elettrodomestici sia necessario un pagamento in monete; per Mauro Covacich questo pronostico è da bollare come inesatto, poiché, al giorno d'oggi, gli spiccioli sono ormai considerati un metodo obsoleto per lo scambio e per la circolazione quotidiani del denaro. Eppure, siamo circondati da microtransazioni: l'utilizzo degli armadietti chiusi a chiave nei musei e in molte altre strutture liberamente accessibili è prerogativa assoluta di chi sia disposto a versare un euro; in molti Paesi europei, per usufruire dei bagni in molti locali non è sufficiente acquistare dei prodotti dal negozio, ma è richiesto un contributo di pochi euro, da erogare all'ingresso del bagno; Internet è ormai disseminato di servizi accessibili solo a seguito di microtransazioni vagamente predatorie.

Sarebbe sufficiente poi studiare – o semplicemente leggere – i capisaldi di un genere letterario tanto variopinto per notare che alcune "coincidenze", tra quello che è stato scritto e quello che è accaduto, ci sono eccome, a partire dagli albori della letteratura fantascientifica per ragazzi: Jules Verne dimostrò una certa lungimiranza – poi presa a esempio anche durante la progettazione di tali marchingegni – nelle proprie storie, popolate da razzi spaziali e da agili sottomarini, descritti, rispettivamente, in Dalla Terra alla Luna e in Ventimila leghe sotto i mari .

In 1984 , classico intramontabile e spaventoso – se se ne comprende l'estensione immaginifica e predittiva – di George Orwell, quella che viene delineata con tratti abbastanza decisi è la società della sorveglianza, che la società attuale incarna perfettamente, discostandosi dal romanzo solo per quanto concerne le caratteristiche più iperboliche del mondo distopico in questione; è lo stesso Covacich a poetare in merito a delle noci di cocco la cui caduta viene ripresa dalla videosorveglianza, in mezzo alla foresta.

E ancora: Michael Crichton, dalle cui opere sono stati tratti film tra i più celebri non solo del genere fantascientifico – categoria filmica dalla quale Covacich comunica di aver estrapolato i titoli degli unici libri di fantascienza che abbia mai letto –, ma di tutta la cinematografia, come Jurassic Park , sembra aver tratteggiato in modo sufficientemente definito le diramazioni della tecnologia e della scienza moderna, come – e cito testualmente l'articolo de La Lettura – "i misteri del genoma, con la possibilità di editare il Dna segmento per segmento" ( Jurassic Park e similari), "la rete, la posta elettronica il trasferimento di testi e immagini in tempo reale" ( Rivelazioni , sebbene in modo marginale) per concludere con "l'intelligenza artificiale, un'entità intellettualmente autonoma" ( Sfera , pur con la sua affascinante ambiguità), e dopo Andromeda e il rapporto del nostro mondo globalizzato e iperurbanizzato con una pandemia.

Uno dei padri fondatori della fantascienza, Isaac Asimov, scienziato russo naturalizzato statunitense, autore de Io, robot e del Ciclo delle Fondazioni , aveva già trattato il tema della coscienza in ambito robotico e artificiale, studiando la questione attraverso un prisma di casistica variegata, arrivando, infine, a teorizzare persino le Tre leggi della robotica.

Si potrebbe anche pensare alla questione ecologica e climatica – da anni al centro del dibattito pubblico internazionale –, che Herbert, nella lunga saga di Dune , ha sviscerato con magistrale abilità grazie alla storia di Arrakis, un pianeta sabbioso e desertico ma orientato verso un futuro di sconfinati campi verdi e immense foreste pluviali, per quanto piagato, a livello ambientale e amministrativo, dalle ingerenze delle grandi corporazioni commerciali e dal conflitto – anche militare – tra gli interessi di famiglie rivali e mosse da eguali obiettivi utilitaristici, nonché da simili ambizioni legate all'accrescimento della propria potenza economica. Per di più, Herbert ci pone davanti all'incapacità di discernimento tra la fazione dei "buoni" e quella dei "cattivi", e alla formazione di un grigiore morale che aveva contraddistinto la Seconda Guerra Mondiale e il periodo immediatamente successivo, per via della diffusione della propaganda bellicista e poi dell'utilizzo della scienza e della tecnica col fine dell'annientamento e della distruzione, com'era accaduto nel caso di Hiroshima e Nagasaki nel 1946.

In generale, ritengo che le argomentazioni su cui poggia la tesi di Covacich siano improbabilmente instabili per via del fatto che siano basate su meri pregiudizi letterari e narrativi – un'ipotesi che si è insinuata nella mia mente sin dall'inizio dell'articolo, in cui è lo stesso autore a spiegare la sua predisposizione non esattamente ottimale verso il genere discusso –, che, purtroppo, tutt'oggi detengono un predominio inscalfibile sul panorama letterario italiano, nel quale sono il romanzo borghese, il racconto tradizionale, e la letteratura sociale a prevalere in modo soffocante sugli altri generi, per via di una forma di aristocratizzazione dell'editoria e della letteratura del nostro Paese forse irreversibile.

Probabilmente, tuttavia, anche questa società, in cui un affermato scrittore, giornalista e intellettuale possa annotare su un supplemento distribuito congiuntamente a un quotidiano di rilievo nazionale i propri pensieri, in modo vago, confuso e un po' sdolcinato, fa parte di un romanzo di fantascienza: forse non ci siamo ancora arrivati. Forse siamo troppo ciechi.