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Fiori bianchi, fiori rossi

Il caso di Christian Ranucci, la cui storia portò all'abolizione della pena di morte in Francia, nel 1981

Leonardo Macioci ·

(Fotografia di Colin Max/SIPA)

Il 28 luglio 1976 – ovvero cinquant'anni fa – Christian Ranucci, giudicato colpevole per il rapimento e l'assassinio di Marie-Dolorès Rambla, fu giustiziato nel carcere delle Baumettes di Marsiglia con la ghigliottina. La sua fu la terzultima condanna di questo genere nella storia della Francia, che nel 1981 avrebbe abolito la pena di morte definitivamente.

Marie-Dolorès Rambla era una bambina di otto anni di origine spagnola nel 1974; il 3 giugno di quell'anno stava giocando a palla con il fratellino Jean-Baptiste, di due anni più piccolo, quando un'automobile accostò vicino a casa loro. Un meccanico, Eugène Spinelli – che abitava davanti alla famiglia Rambla – osservò mentre un uomo scendeva dalla macchina, identificata successivamente come una Simca 1100, chiedendo aiuto al bambino per cercare il proprio cane scomparso. Quando Jean-Baptiste si allontanò dall'abitazione alla ricerca dell'animale, l'uomo fece salire Marie-Dolorès a bordo della propria macchina, prima di allontanarsi. Quando Pierre Rambla, il padre di Marie-Dolorès e di Jean-Baptiste, tornò dal lavoro, trovò il fratello minore a vagare per le strade del quartiere, smarrito in mezzo ai palazzoni della periferia di Marsiglia. Tutto questo avvenne poco prima delle undici di mattina.

Alle 12:30, lungo la N96 – una strada nazionale francese –, una Peugeot 304 tagliò la strada a Vincent Martinez, causando un incidente prima di accelerare per allontanarsi dalla scena. Essendo stato impossibilitato ad annotare la targa del colpevole dell'infrazione, Martinez chiese a una coppia di passaggio di inseguire la Peugeot: quando Alain Aubert e sua moglie tornarono, riferirono che la targa era 1369 SG 06. Poco dopo, Martinez si recò alla più vicina stazione di polizia per denunciare il fatto.

Un uomo alla guida di una Peugeot 304 uscì fuori strada e rimase impantanato in una fungaia nei pressi di Peypin. I dipendenti dell'azienda della fungaia lo aiutarono tirando l'auto fuori dal fango grazie all'ausilio di un trattore. Erano le 17:30 del medesimo giorno dell'incidente di Vincent Martinez e del rapimento di Marie-Dolorès Rambla; l'auto coinvolta nei due incidenti – delle 12:30 e delle 17:30 – risultò, a seguito delle prime indagini della polizia e della procura, intestata a un rappresentante di commercio di Nizza, sulla Costa Azzurra, di nome Christian Ranucci.

Le indagini furono svolte velocemente, e portarono all'emersione di diverse prove, nonostante alcune testimonianze fossero indebolite dall'incompatibilità dei modelli delle vetture riportate dai testimoni nel corso delle loro dichiarazioni. Il giorno dopo la scomparsa della bambina, la gendarmeria francese rinvenne un pullover di colore rosso, suppostamente indossato da Ranucci, che condusse i cani della polizia al cadavere di Marie-Dolorès. La bambina era stata accoltellata ripetutamente, ma non sembravano essere presenti tracce di violenza sessuale.

Le indagini furono affidate al commissario Alessandra, della polizia di Marsiglia; nel corso degli interrogatori, Ranucci – che si era, fino a quel momento, rifiutato di ammettere il proprio coinvolgimento nel rapimento della bambina assassinata, sebbene avesse ammesso di aver causato l'incidente stradale sulla N96 e di essersi impantanato nei pressi della fungaia, come descritto dagli operai – fu presentato a Jean-Baptiste Rambla, a Eugene Spinelli, ad Alain Aubert e alla moglie, ma nessuno di loro identificò in lui l'uomo che avevano potuto vedere in svariate occasioni. Gli Aubert riconobbero Ranucci solo un'ora più tardi, quando posti faccia a faccia con il presunto criminale.

Dopo venti ore di interrogatorio – senza un avvocato – Christian Ranucci confessò, per "alleggerirsi la coscienza", di aver sequestrato Marie-Dolorès, e di averla uccisa nel bosco, senza addurre una motivazione precisa, eccetto per il fatto che la bambina stava mettendosi a piangere.

La polizia ritrovò poi un coltello, etichettato come l'arma del delitto, e un pantalone macchiato di sangue di tipo A, nella Peugeot 304 appartenente a Ranucci; il tipo ematico corrispondeva sia a quello dell'uomo che a quello di Marie-Dolorès.

Ilda Di Marino, giudice istruttrice, si occupò della ricostruzione dei fatti, e, viaggiando su un furgone blindato affiancato da quello su cui si trovava Christian Ranucci, ripercorse il tragitto seguito dalla Peugeot 304, sin dalla casa della famiglia Rambla. Giunti in prossimità del luogo del delitto, Ranucci – nelle cui mani era stato posto un coltello di legno per inscenare l'assassinio e le sue dinamiche – divenne pallido e, piagnucolando, disse: "Je ne me souviens plus de rien", ovvero "Non mi ricordo più niente". La giudice Di Marino estrasse le foto del corpo martoriato della bambina e gli urlò in faccia: "Voilà ce que vous avez fait. Regardez, Ranucci, regardez ce que vous avez fait!", ovvero "Ecco cos’ha fatto. Guardi Ranucci, guardi cos’ha fatto!".

Il processo durò due giorni: il primo previde la lettura delle confessioni; il secondo invece le dichiarazioni dell'accusa e della difesa, nonché della parte offesa. I tre avvocati di Ranucci furono divisi sulla linea difensiva da perseguire: due di essi si attennero al volere dell'imputato, propugnando la sua innocenza, mentre il terzo, Fraticelli, puntò sulle circostanze attenuanti, provando a dipingere la situazione di Ranucci come disagiata, malgrado le rimostranze dell'imputato. Ranucci si comportò in modo arrogante in aula, e questo contribuì a esacerbare la questione. Lo stesso avvocato della famiglia Rambla, Gilbert Collard, su volontà dei suoi clienti, chiese che a Ranucci fosse risparmiata la pena di morte.

Il 10 marzo 1976 Ranucci fu condannato a morte, ignorando le attenuanti. Coloro che erano presenti in aula invocarono la morte immediata di Ranucci, e Collard fu aggredito in aula; la madre di Ranucci, Héloïse Mathon, rischiò di essere linciata. In mezzo alla frenesia isterica, i legali di Ranucci annunciarono che avrebbero presentato ricorso alla Corte di cassazione immediatamente.

Tre mesi più tardi il ricorso fu rigettato, e gli avvocati dell'uomo si appellarono al presidente della Repubblica francese, Valéry Giscard d'Estaing. I mezzi di informazione francesi e l'opinione pubblica avevano esercitato molta pressione sulla politica e sulla magistratura, soprattutto vista la morte di un altro ragazzino, Philippe Bertrand, per mano del ventitreenne Patrick Henry, nel febbraio del 1976. Il presidente francese si era più volte espresso contro la pena di morte e a favore della sua abolizione totale.

Il 27 luglio del 1976, Valéry Giscard d'Estaing ordinò che la giustizia "facesse il proprio corso", respingendo la richiesta di grazia e condannando definitivamente a morte Christian Ranucci, che fu svegliato a notte fonda, il giorno successivo, e condotto al patibolo, rifiutando i servigi offerti dal sacerdote.

Nella notte del 28 luglio 1976, Christian Ranucci venne ghigliottinato nel carcere delle Baumettes di Marsiglia. I giornali francesi esultarono per la sua esecuzione.

Due anni più tardi, Gilles Perrault pubblicò Le Pull-over rouge , all'interno del quale analizzò approfonditamente il caso Ranucci, lanciando delle critiche molto aspre al sistema giudiziario francese, in quanto esponente di un movimento contrario alla pena capitale. Quantunque molte delle prove presentate dallo scrittore per sovvertire il giudizio di Ranucci – se non giuridicamente, almeno sul piano dell'opinione pubblica, come, secondo alcuni, l'imputato avrebbe chiesto prima di morire, urlando "Riabilitatemi" – si siano rivelate false, una di esse rimane: il pullover rosso era troppo grande perché fosse di Ranucci. La polizia ignorò questo dettaglio per via dell'attenzione mediatica e della pressione istituzionale che gravavano sul caso.

Tre anni più tardi, invece, la pena di morte fu abolita una volta per tutte in Francia.

La legge francese – su richiesta dell'inventore della ghigliottina, metodo di esecuzione che si sostituì a quello dello squartamento, popolarissimo prima della Rivoluzione francese a fine '700 – prevedeva che i cadaveri di coloro che venivano giustiziati potessero essere reclamati dalla famiglie e sepolti nei cimiteri, a patto che la causa della morte non figurasse nei registri cimiteriali e che non fossero svolte esequie e celebrazioni prima della sepoltura. I corpi che non venivano reclamati erano però gestiti dal boia, che spesso li seppelliva anonimamente, impedendo quindi alle famiglie di reclamarli più tardi e negando quindi l'esercizio dell'unico diritto chiaramente definito dalla normativa vigente, ossia quello del poter reclamare le salme.

Ranucci fu seppellito sotto un cartellino che riportava il numero tredici, ma Héloïse Mathon, era convinta dell'innocenza del figlio, decise di porre fine a quella che – secondo lei – era una seconda ingiustizia, perpetrata orribilmente nei confronti del feretro. Tramite l'avvocato Fraticelli fece ricorso al procuratore, il quale – riconoscendo la fondatezza regolamentare del ricorso – si adoperò per l'esumazione del corpo di Ranucci, purché non si svolgessero celebrazioni religiose. Il cadavere fu trasportato in fino ad Avignone, la città natale di Christian Ranucci; la madre sedette accanto alla bara durante tutto il percorso, sebbene dal feretro promanasse un odore decisamente poco piacevole.

Il direttore del cimitero si rifiutò però nuovamente di far scrivere il nome del condannato a morte sulla lapide; in risposta a questo, secondo alcune versioni, la madre di Ranucci fa scrivere il nome del figlio sulla lapide in alfabeto cirillico, così da eludere il divieto imposto. Stando però alla versione ufficiale, un secondo intervento del procuratore annullò le direttive del responsabile dell'area per le sepolture, ritenendole prive di fondamento legale; al fine di evitare che dei profanatori o dei vandali deturpassero la tomba del figlio, Héloïse Mathon fece scrivere il suo nome in cirillico, così da impedire il riconoscimento della lapide, sebbene essa spicchi notevolmente, tra le altre scritte in alfabeto latino.

Fino al 2013 – anno della morte di Mathon – è stato possibile trovare fiori bianchi e fiori rossi sulla tomba di Christian Ranucci: quelli bianchi venivano depositati lì dalla madre, come simbolo dell'innocenza del figlio; quelli rossi, al contrario, erano simbolo della colpevolezza dell'uomo, imbrattati del sangue di Marie-Dolorès Rambla.