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I battibecchi istituzionali a cui ci ha abituato Giorgia Meloni quando prova a parlare con Donald Trump

Ovvero una fonte di risate inesauribile e insostenibile a livello politico

Leonardo Macioci ·

Giorgia Meloni e Donald Trump parlano al G7 di Evian, in Francia. (Fotografia di Ansa/AFP)

Negli ultimi giorni, al centro del dibattito pubblico – specialmente in Italia – si è trovato il complesso rapporto tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni: durante infatti l’incontro del G7 tra l'Italia e le grandi potenze occidentali – compresi gli USA –, si è concretizzata una frattura che da mesi si stava insinuando nei già intricati rapporti tra l'Unione europea e gli Stati Uniti, rapporti dei quali Giorgia Meloni stessa si era fatta promotrice.

Non sarà difficile ricordare come l'amicizia tra Trump e Meloni sia di lunga data: già alla vigilia dell'insediamento del neoeletto presidente statunitense – a seguito delle elezioni presidenziali disputate tra il Partito Repubblicano guidato da Trump e il Partito Democratico ereditato da Kamala Harris dalle mani del presidente in carica Joe Biden –, la presidente italiana si recò in Florida, più precisamente nella villa di Trump a Mar-a-Lago, per congratularsi.

La visita non fu programmata; secondo speculazioni che – a posteriori – appaiono decisamente plausibili – in quanto corroborate anche da fonti di intelligence e di governo –, l'obiettivo di Meloni era assicurare il rilascio di Cecilia Sala, giornalista italiana incriminata e arrestata dal regime iraniano, in cambio dell'ingegnere Mohammed Abedini Najafabadi, fondamentale per Teheran per fini di sviluppo tecnologico-militare. Le stesse autorità aeroportuali italiane – su richiesta degli Stati Uniti – avevano arrestato l'uomo a Malpensa; Meloni desiderava probabilmente evitare interferenze da parte di Trump nell'operazione, la quale fu infatti celebrata come un successo.

Da quel momento in poi, visti anche i complimenti di Trump – che definì Meloni una "donna fantastica" –, fu Meloni stessa a interpretare la parte della mediatrice tra l'Ue e gli Stati Uniti, sbandierando la sua vicinanza ideologica e personale con il presidente statunitense.

Per questo, quando Trump, nell'ottica delle politiche dell'"America First", impose dei dazi commerciali sull'Ue e sui Paesi membri, mostrandosi ben poco disposto a trattare, persino con quegli Stati con i quali gli USA intrattenevano fiorenti rapporti commerciali, Meloni volò fino alla Casa Bianca per proporre una strategia organizzativa nota come "zero per zero", che prevedeva un reciproco annullamento delle tariffe, in modo da preservare come intatti i rapporti già precari tra l’Italia, gli Stati Uniti e l’Unione europea in toto .

Ciononostante, la visita della presidente si concluse con un nulla di fatto, già evidenziando le problematiche e gli attriti nei rapporti che intercorrevano tra un continente e l’altro, e mettendo in luce la poca autorevolezza detenuta da Meloni nel ruolo di mediatrice cui assurgeva.

La situazione è però drammaticamente degenerata a partire dal 2026, il quale ha visto la foga bellicista di Trump raggiungere il suo apice, in particolare per via delle mire espansionistiche del presidente statunitense; esse diventarono evidenti nell'operazione militare condotta in Venezuela a gennaio contro Nicolás Maduro, il presidente del Paese sudamericano, e poi con le minacce nei confronti della Groenlandia, territorio e Paese legato alla Danimarca ma semindipendente.

Donald Trump avanzò più volte diverse pretese nei confronti della Groenlandia, adducendo motivazioni come la "sicurezza nazionale" e il controllo dell'area dell'Artico: per rispondere, otto Paesi europei inviarono un contingente militare – il cui trasferimento era già stato previsto per un'esercitazione programmata –, ma l'Italia non partecipò all’iniziativa. Il presidente Trump rispose aumentando i dazi ma esentando l'Italia dalla punizione; cionondimeno, la presidente Meloni criticò in modo abbastanza cauto e blando l'atteggiamento di Trump, bollando la questione groenlandese come un "errore di comprensione".

E visto che il 2026 è stato un anno – nei suoi primi sei mesi – costellato di morti e guerre, vale la pena citare l'operazione militare statunitense in Iran, che Giorgia Meloni non condannò né sostenne, già suggerendo un distacco dalla Casa Bianca; a esacerbare la cosa contribuì il rifiuto dell'Italia agli Stati Uniti per utilizzare la base di Sigonella, in Sicilia, nell'ambito di uno spostamento di caccia militari statunitensi diretti verso le zone coinvolte nel conflitto medio orientale, verso la fine di marzo.

La posizione di Meloni fu dovuta – con ogni probabilità – alla necessità di raccogliere consensi in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che interessò la magistratura e l'ordinamento giurisdizionale italiani. Alla consultazione popolare vinse comunque il "No", sostenuto dal centro-sinistra e dall’opposizione al governo di Giorgia Meloni.

L'ilare vicenda – grottesca quando si realizza che coinvolge due figure istituzionali apicali e quando si guarda un po' oltre, vedendo la grettezza raggiunta dai rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca – proseguì con lo scontro a causa delle parole di papa Leone XIV.

Il Vaticano, infatti, tramite la figura del pontefice – che all'elezione si era prefigurato erroneamente come moderato –, espresse aspre critiche nei confronti delle guerre scatenate dagli Stati Uniti e da Israele, in Medio Oriente e in altre aree del mondo. Trump fu altrettanto duro, dicendo: "Leone dovrebbe essermi grato", poiché il Conclave – secondo il presidente Donald Trump – avrebbe scelto un candidato americano solo per favorire un rapporto di buon vicinato tra la Santa Sede e Washington. Il papa non si fermò, e ricordò anzi il messaggio di pace del Vangelo per attaccare Trump, che a quel punto lo tacciò come "vicino alla sinistra radicale"; Trump chiuse la questione in modo a dir poco apodittico, usando Truth Social per colpire un'ultima volta il papa, il quale non replicò: "Non c'è nulla di cui scusarsi: il papa ha torto".

Senza poi descrivere la tragicomica questione delle immagini generate dall'IA – che rappresentavano Trump vestito da Gesù (anche se a suo dire era un medico, sebbene circondato da un’aura divina e malgrado le foto fossero state pubblicate in concomitanza con la Pasqua cristiana) –, Meloni si affrettò a criticare Trump, dichiarando le sue parole "inaccettabili", spronata anche da politici di destra e di sinistra.

A quel punto, Trump la attaccò direttamente per la prima volta, in un'intervista telefonica con il Corriere della Sera, al quale aveva riferito che pensava "avesse coraggio [Giorgia Meloni, N.d.R.]" ma che si era "sbagliato".

L'epilogo della storia infinita dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump arriva a giugno di quest'anno, durante il G7 ospitato in Francia.

La questione non è chiarissima e, al contrario, appare molto ingarbugliata: giorni fa, durante un episodio de L'aria che tira , andato in onda su La7, fu riprodotta una telefonata con un giornalista italiano – la cui diffusione era stata autorizzata dallo staff del presidente statunitense –, all'interno della quale Trump riferiva che Meloni lo avesse "supplicato di fare una foto". Aveva poi aggiunto: "Voleva una foto con me a tutti i costi. Non l'avrei fatta, ma mi ha fatto pena".

Giorgia Meloni rispose con un video nel quale replicava che fosse "allibita dai comportamenti del presidente statunitense con i propri alleati". Aveva concluso trionfalmente: "Io e l'Italia non imploriamo mai". Nei giorni successivi fu ripresa mentre puntava un dito contro il presidente Trump, sempre al G7 di Evian; il video aveva spopolato, ma erano state sollevate diverse perplessità in merito all'avvenuta autorizzazione della diffusione delle immagini da parte della Casa Bianca.

Trump scrisse poi un post eminentemente piccato su Truth, nel quale rinfacciava a Meloni il diniego dell'utilizzo delle basi aeronautiche durante la guerra in Iran, dicendo che la presidente del Consiglio stesse cercando di accumulare popolarità coltivando il rapporto con lui. Meloni rispose – dichiarando conclusa la disputa e che non avesse intenzione di partecipare ulteriormente a tali battibecchi – con un amareggiato post sui social, nel quale invitava Trump a badare alla "sua popolarità", perché essere sua amica non aveva di certo aiutato la popolarità di Meloni in Italia.

António Costa, presidente del Consiglio europeo, si era avvicinato poi a Trump e Meloni durante una loro conversazione e aveva domandato se si fossero riappacificati: erano arrivate in risposta delle risate abbastanza imbarazzate; Donald Trump – il presidente degli Stati Uniti – aveva soggiunto che era stato "abbandonato", mentre Meloni aveva detto scherzando (e visibilmente a disagio) che non era vero.

Indipendentemente dalla polemica esplosa a seguito di tale battibecco, Meloni ha chiesto ai propri ministri di non gettare ulteriore legna sul fuoco che già stava divampando politicamente; in ogni caso, ha assicurato che gli accordi sulle basi americane in Italia saranno rispettati, almeno finché lei sarà presidente del Consiglio dei ministri. Lo stesso ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, nonché vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, ha confermato che i rapporti tra l'Italia e gli Stati Uniti non si deterioreranno irrimediabilmente a causa di "screzi tra i vertici".

Ciò che è certo è che anche gli alleati storici – membri della Nato e Paesi dell'Ue – degli Stati Uniti, sotto la presidenza di Trump, stanno riscontrando serie difficoltà nell'interfacciarsi diplomaticamente con un importante e strategico partner, sia a livello commerciale che a livello militare. Quello che non è assicurato è invece che l' aplomb di Meloni le permetterà di tirare avanti, nonostante il presidente Trump perpetui delle politiche poco rispettose della classica – e forse barbosa – etichetta istituzionale. Fino a quando però la situazione non si stabilizzerà, possiamo goderci questa satirica imitazione della politica attingendo a dei popcorn e gaudendo: Nunc est bibendum .