Critica
"NAZA"
L'anatomia di un genocidio
Pietro Menichetti ·

Con un esordio in concorso per il Leone d'oro all'ottantatreesima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove si aggiudicherà il premio speciale della giuria, il documentario NAZA , regia di Rachel Szor e Yuval Abraham, usciva a metà settembre del 2026 come una fotografia lucida delle metodologie adottate dalle più alte élite militari israeliane nel compimento del genocidio della popolazione di Gaza, basato sulle dichiarazioni da parte di 24 tra ufficiali dell'intelligence e dell'esercito israeliano, protetti da anonimato.
Il documentario spicca per la sua semplicità laconica, per come riesca a essere incisivo e d'impatto senza sforzarsi e senza ricorrere a qualsivoglia artefatto audiovisivo, lasciando respirare le sole parole degli intervistati. Con semplicità disarmante, viene sviscerata l'anatomia degli attacchi compiuti nella piena, legittimata consapevolezza di star colpendo un minimo di venti civili per ogni possibile membro di Hamas, da persone più o meno direttamente coinvolte, come tecnici informatici e programmatori, e più o meno pentite delle loro azioni, con molte frasi che riportano indietro al processo di Norimberga e al processo Eichmann: "Sono solo un ingranaggio"; "Non ho premuto io il grilletto, ho solo programmato il sistema"; "Se non l'avessi fatto io l'avrebbe fatto qualcun altro" .
"Naza".
Il termine utilizzato dall'esercito israeliano per riferirsi alle vittime collaterali di ogni attacco.
Una sola parola racchiude, dunque, il messaggio del documentario, chiarendo nei primi venti minuti il peso di un titolo che da solo racconta le vittime del genocidio, disumanizzate presso gli alti comandi, con appena quattro lettere, spostando l'attenzione sulla logistica di bombardare un palazzo per uccidere un sospettato e dimenticando poco alla volta chi quella parola rappresenti, ovvero donne, bambini, anziani.
Il documentario è girato interamente sui tetti di Tel Aviv, una posizione discreta per non essere osservati e poter osservare la metropoli sottostante, come specificato all'inizio del film. Da qui, i testimoni, posti controluce o tenuti in una zona d'ombra di modo che se ne intuisca la sola silhouette , spiegano i programmi e le intelligenze artificiali impiegati nella ricerca dei bersagli, disegnando schemi e grafici delle interfacce con cui lavorano su dei block notes anonimi. Le tecniche utilizzate appaiono quasi fantascientifiche: i bersagli vengono colpiti miratamente nelle loro abitazioni, individuate tracciando i cellulari di tutta Gaza tramite la rete telefonica (di costruzione interamente israeliana anche nei territori palestinesi), oltre che con spionaggio diretto degli apparecchi cellulari, anche di minori. Programmi menzionati come Lavender, per quanto avveniristici, sono impiegati rozzamente, ponendo maggiore attenzione sulla quantità di bersagli individuati, soprassedendo alle fasi di conferma della presenza dell'effettivo bersaglio e della sua rilevanza militare e strategica.
In netto contrasto con l'argomento trattato, le testimonianze degli intervistati sono alternate da vedute che scrutano i monolitici palazzi di vetro della città di Tel Aviv, sbirciando all'interno delle abitazioni e restituendo una quotidianità liminale in ogni appartamento quasi identico agli altri, in cui si intravede un televisore acceso con qualcuno seduto o sdraiato davanti questo.
È proprio sulla televisione che la narrativa viene esasperata, sull'informazione passiva che viene trasmessa h24, la quale rende distante al popolo israeliano un teatro di guerra che si trova ad appena sessanta chilometri dalla città.
È da ribadire l'effetto tanto surreale quanto ancorato alla realtà che provoca il non avere una colonna sonora. È consuetudine aspettarsi della musica in qualsiasi film, per il cinema o meno, anche nel caso dei soli titoli di coda, ma non in questo caso. Nel mondo reale, a seguire eventi catastrofici non vi è musica drammatica e suggestiva, ma solo il silenzio, ed è nel silenzio che iniziano a scorrere i titoli di coda di un film che mostra la realtà nei suoi suoni oltre che nelle immagini. In sala, il pubblico rimane per qualche istante pietrificato, seduto a luci accese, non fiatando nemmeno. Nell'atmosfera densa di una quiete innaturale alla fine di una proiezione, ci si alza, lentamente, e si procede verso l'uscita. Non si parla prima di essere fuori dalla sala.
È questo l'effetto che provoca il vedere delle immagini vere, di una pellicola che parla del vero e non si mette la maschera di "cinema" per fare il proprio lavoro di documentario. Basta la sua semplice esistenza a far scaturire un profondo vuoto interiore, una vacuità emotiva, sconvolta e annichilita. Pochi semplici elementi che rendono geniale NAZA , l'anatomia di un genocidio.
Il presente articolo viene pubblicato oggi, in data 8 ottobre, nel rispetto della volontà dei due registi, che hanno richiesto di non proiettare il film il giorno 7 ottobre, quarto anniversario dell'attacco di Hamas a Israele e della ripresa delle decennali ostilità.