Opinione
Delle istruzioni per il futuro e una vita di Wired
Che cosa faceva Wired per i lettori italiani e perché tutte le cose belle finiscono
Leonardo Macioci ·

I più veloci ad accorgersi della cessazione delle attività della redazione di Wired sono stati gli editor di Wikipedia, sempre all'erta e pronti a volgere al passato dei verbi al presente; hanno prontamente specificato che l'ultimo numero pubblicato sia stato il 117, nel giugno del 2026, e che il sito web della testata di tecnologia non sia stato più aggiornato a partire dal 30 giugno dello stesso anno, quando sulla piattaforma è comparso un encomio conclusivo che – forse per via dell'edulcorazione originatasi dall'incapacità di ammettere che Condé Nast Publications abbia liquidato un progetto durato 17 anni con la naturalezza che contraddistingue l'azionariato – in realtà sembra più un proemio a qualcos'altro.
I giornalisti impiegati presso Wired Italia – che hanno difeso e spesso osannato l'operato dell'enciclopedia online come "antidoto alla disinformazione", pur riconoscendone i limiti strutturali – saranno di sicuro stati soddisfatti nel constatare come Wikipedia abbia ottemperato ai compiti che le vengono assegnati, ovvero documentare il presente mentre viene plasmato, discernendo anche tra l'ambiguità delle cose che si evolvono, zigzagando in mezzo delle fonti per individuarne di attendibili e appuntando le opportune citazioni all'interno della bibliografia, della sitografia e delle note terminali.
Ma Wired Italia ha fatto qualcosa di più – come si può assaporare all'interno dell'editoriale di addio –, ovvero scovare il futuro all'interno delle complessità metamorfiche e caleidoscopiche del presente, per scriverlo nero su bianco e per connettere i puntini fino a far emergere l'illustrazione che accompagna le istruzioni per il futuro, le quali ha tentato disperatamente di fornire a coloro che leggevano gli articoli della redazione, pubblicati sul sito web fino all'ultimo respiro esalato da una redazione tremendamente indebolita dalle illogiche ingerenze del profitto a tutti i costi.
Non penso sia immaginabile il rammarico provato non solo da chi aveva assistito all'evoluzione di un processo giornalistico tanto elegante quanto remunerativo sul piano dell'informazione, ma anche – ovviamente – dai redattori, i quali avevano forse solo subodorato l'avvicinamento dell'ordine apodittico calato dai vertici di Condé Nast Publications; Wired Italia aveva chiuso il 2025 con un guadagno significativo, ma per l'editore statunitense ciò non era stato comunque abbastanza: per questo motivo Condé Nast Publications è diventata l'ennesima azienda piegatasi alle logiche anticulturali del capitalismo.
Questo articolo non ha la finalità di essere – o di diventare – un epitaffio, perché l'ambizioso progetto di Wired mirava a una radicamento di un'impostazione giornalistica che, ormai, potrà solo difficilmente essere smantellata, per fortuna, e, dal momento che forse le parole che sto utilizzando potrebbero apparire intrise di eccessiva emotività – e, per certi versi, lo sono –, intendo giustificarmi anticipatamente: ritengo che Wired Italia sia stata un'esperienza profondamente trasfigurante per il panorama culturale italiano, che vive un costante deperimento senza riuscire a opporre resistenza, come un paziente in fin di vita, il quale non può lottare perché anestetizzato.
Mi azzardo a dire che Wired Italia vada inserita sul podio di quegli esperimenti ben riusciti – perché non si può che riconoscere l'importanza dell'operato di Wired Italia, nonostante quello che i tradizionalisti puritani del giornalismo italiano possano provare a obiettare, e a dimostrarlo c'è il riconoscimento conseguito ai Society of Publications Designers Awards del 2017, quando Wired Italia fu incoronato miglior magazine del mondo, battendo persino il suo omonimo americano – dell'Italia del XXI secolo; uno di quegli esperimenti che sono riusciti a divenire il motore veicolare di una trasformazione totalizzante, la quale ha trainato il giornalismo italiano giovane, energico e antisistemico per quasi due decenni, prima di esaurire le energie e stramazzare in silenzio, inaspettatamente.
Eppure, non vedere più le psichedeliche copertine di Wired svettare sulla grigia banalità dei quotidiani, in edicola, ogni tre sospirati mesi, sarà un cambiamento con un contraccolpo semidistruttivo; perlomeno potrò trovare un minimo di consolazione scorrendo gli articoli ancora visibili sul sito e rievocare una memoria che spero vivamente non diventi evanescente. E probabilmente attenderò ancora con ansia le interviste inedite – come quella a Edward Snowden –, gli approfondimenti di tecnologia e le spiegazioni appassionanti di guerre, interessi economici criptici ed eventi apparentemente slegati tra loro e invece uniti da un fil rouge impalpabile.
Infine, quindi, mi sento di ringraziare e onorare la redazione di Wired Italia – e un'intera vita, di 17 anni, passata in compagnia dei suoi membri eccentrici, divertenti, intelligenti, preparati, originali – con una citazione letteraria: non andatevene docili in quella buona notte. (E questo ve lo chiedo per favore.)