Extra
L'intellettuale con le bretelle, l'impiegato sfigato
Un omaggio anticonvenzionale e fuori luogo a Paolo Villaggio, a 9 anni dalla scomparsa
Angelo Serpetti ·

Fabrizio De Andrè disse, parlando di Paolo Villaggio:
L'ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina; io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto e lui lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore e mi diceva: "Guarda, tu le parolacce non le devi dire, tu dici le parolacce per essere al centro dell'attenzione, sei uno stronzo".
In Fantozzi 2000: la clonazione , con quella atmosfera volutamente dissacrante nei riguardi del positivismo, del post-futurismo dell'Italia degli anni d'oro, si immagina che il Megadirettore, avendo perso il suo impiegato migliore, proceda a clonarlo, permettendo che rinascesse anche semplicisticamente la personalità tanto goffa e sempliciotta oggetto delle più aberranti vicende comiche e delle più tipiche esternazioni italiane... E ora, a nove anni dalla scomparsa di Paolo Villaggio, con una biotecnologia che fa effettivamente passi da gigante, forse che non assisteremo alla reale clonazione di Fantozzi?
Ribadiamo, tuttavia, che se Paolo Villaggio (X) non è stato solo Fantozzi (Y), allora Fantozzi (Y) non è solo stato Paolo Villaggio (X); e viceversa.
Detta matematicamente: X≠Y se Y≠X.
Questa formula, per chi si occupa di teatro, o di cinema, o di letteratura in genere, professionalmente, è quantomeno scontata e banale; questa formula, per chi usufruisce del prodotto culturale, magari contorniato da marketing o da pubblicità di detersivi, è uno snervante memorandum che si accetta per convenzione e si ignora per saturazione mediatica. Risulta facile, quantomeno immediato, associare a un film, a un prodotto culturale, il nome del protagonista o il nome di un attore principale: se solo pensiamo, ad esempio, a quanti film hollywoodiani passano sotto il nome del divo o della diva, del personaggio o del protagonista, mai o raramente del regista o della produzione (salvo casi di mirabile eccezionalità).
Per "Fantozzi-Paolo Villaggio", ma anche per "Totò-Antonio De Curtis" (per cui è in calendario un articolo celebrativo a ridosso del sessantenario dalla scomparsa), per "Pierino-Aldo Vitali", scomparso di recente, e per altri grandi del cinema italiano, è avvenuto proprio questo; è avvenuta questa costernante banalizzazione che ha portato ad associare all'attore il personaggio, al personaggio il prodotto culturale, al prodotto culturale il personaggio: un circolo vizioso.
Concordo con quanti, ogni volta, mi contestano la proposizione: "Ammiro la comicità di Fantozzi"; concordo, peraltro, con il motivo per cui la contestino, ovvero l'effettiva esagerazione e banalizzazione tematica dovuta a un uso-abuso di iperboli che satura il contesto narrativo e rischia di desensibilizzare il fruitore dalle sottigliezze più significative del prodotto finito. Tuttavia, per giunta, non concordo con l'associare Fantozzi a Paolo Villaggio, né a "far di tutta l'erba un fascio".
Ricordiamolo e ribadiamolo: se Villaggio è stato Fantozzi, ma anche Fracchia (il gemello inetto di un criminale spudorato), Giabatta (un emigrato italiano ad Amsterdam assoldato da un nightclub in quanto Italian Superman , inetta pornostar d'eccezione), Arturo (l'inetto safarista coinvolto in un losco omicidio); Fantozzi è stato anche la piena evoluzione dell'inetto di Svevo, epurata dalla componente freudiana e rilasciata al grande pubblico nella propria iactura vitae , kafkiana, quindi soprattutto socio-attitudinale: senza la sfacciataggine di un Totò, alle prese con l'appiattimento culturale del boom economico, sottomesso ai meccanismi di alienazione sociale di quella società tanto asfissiante, la stessa dell' Uomo a una dimensione di Marcuse o dello "spirito blasé " di Simmel.
Vero è che Villaggio/Fantozzi, quanto al blasé , parrebbe opporsi con la propria balbuzie comicamente urtante, con la gestualità, la mimica, gli effetti speciali, le situazioni, tipicamente grottesche o gogoliane, o anche con l'esaltata retorica iperbolica della piccolezza eroica del borghese asservito, del famoso impiegato medio; com'anche è vero che il suddetto bombardamento, magari eccessivamente e commercialmente prepotente nel "saggismo" di Villaggio, corroborerebbe proprio quel blasé tanto evinto da una lettura attenta, non superficiale, della poetica dell'autore.
Cosa lascia dunque Paolo Villaggio? Di certo un'eredità controversa, una produzione ibrida tra il commerciale e l'impegnato che non può far altro che suscitare pungoli e curiosità criticiste nei confronti della nostra stessa società, magari volgenti alla morale della canzone del suo grande amico, il Fannullone , piuttosto che a quella implicita dell'irriverente sigla della saga di Fantozzi .