Critica
Sempre sotto lo stesso cielo e sempre sopra lo stesso mare
Forse, a volte, non riusciamo (o non vogliamo) concepire come le nostre azioni e le nostre creazioni echeggiano nel buio delle eternità
Leonardo Macioci ·

Gli estratti delle quarte di copertina sono un fallimento perché: 1) è impossibile riassumere un intero libro con una semplice frase (a meno che quel libro non sia il prodotto becero della stampante socio-commerciale descritta da Dwight Macdonald in Masscult e Midcult , orientata dalla ripetitività e dal profitto); 2) anche se fosse solo lontanamente possibile, le frasi sono scelte a sproposito e assomigliano più agli slogan sensazionalistici di un resort di lusso che cerca di pubblicizzare una vacanza in un campeggio sprofondato nel sottobosco; 3) poche persone guardano la quarta di copertina – se volessero intercettare gli occhi svogliati e brodosi del consumatore medio dovrebbero sostituire il titolo con l'estratto, ma questo sarebbe molto poco pratico. L'unico libro che finora ho comprato guidato un po' da un sentimento recondito e vagamente primordiale – non grazie alla copertina, team grafico di Mondadori, anche se ho visto che la mia edizione è l'unica ancora in circolazione nelle librerie con una copertina che sembra il risultato di un incrocio tra Pollock e qualcuno che vomita della marmellata ai mirtilli – e un po' dalla frase sul retro è Cloud Atlas , di David Mitchell, un autore britannico noto – nel suo medio-piccolo – per la propria originalità, perlopiù grazie a questo libro, da cui è stato tratto l'omonimo adattamento cinematografico; l'estratto recita(va) infatti:
Roma andrà in declino e crollerà di nuovo. Cortázar farà di nuovo vela e poi anche Ewing, Adrian sarà di nuovo fatto a pezzi, tu e io dormiremo di nuovo sotto le stelle della Corsica, verrò di nuovo a Bruges, mi innamorerò e disamorerò di Eva, tu leggerai di nuovo questa lettera e il sole di nuovo diventerà freddo. Un disco sul grammofono di Nietzsche. Quando finisce, il Grande Vecchio lo rimette, per l'eternità delle eternità.
In questo caso, l'estratto ottempera a tutti i compiti che gli sono attribuiti: riassume il libro dal punto di vista narrativo e narratologico, stilistico, tematico, essenziale, nel senso dell'essenza stessa dell'opera.
Cloud Atlas è un romanzo che è stato oculatamente accostato – quanto alla struttura – a una matrioska: ogni storia ne contiene un'altra, in un gioco di specchi che permette di esplorare quasi in parallelo lo schiavismo ottocentesco, l'Europa che freme prima del secondo conflitto mondiale, gli anni Sessanta e le loro stranezze nucleari, poi i giorni nostri, nell'intimità della vecchiaia, fino a un futuro prossimo distopico, così come un futuro remoto post-apocalittico e pressoché irriconoscibile. Tale bouquet di storie è sviluppato come il tipico giocattolo russo: per attraversare uno strato è necessario separarlo in due parti, proseguendo così fin quando non si arriva alla bambolina centrale, atomica e indivisibile, e da lì si comincia a ricostruire metodicamente la matrioska nella sua interezza.
Allo stesso modo, Mitchell tesse la prima metà di una grande storia durante la porzione iniziale del romanzo e sembra lasciare incompiuto il magnifico arazzo che stava producendo, intrecciando piccole storie novellistiche che – soprattutto se non affrontate con un atteggiamento pseudoinvestigativo (ci vuole una certa dose di forza di volontà e di attenzione per comprendere questo libro) – appaiono isolate. E in effetti lo sono: gli elementi che le legano sono minimi, quasi impercettibili, eppure esistono, sebbene come semplici note a margine nella trama vera e propria (anch'essa perlomeno evanescente).
Infine si giunge al fulcro che è – almeno nelle lapalissiane intenzioni dell'autore – la matrioska centrale, l'unico racconto che viene presentato per intero e senza interpolazioni, Sloosha Crossing e tutto il resto , la chiave per decrittografare il resto dell'enigmatico romanzo. Dopodiché, si procede a ritroso, ripercorrendo in ordine cronologico inverso le storie che prima avevamo mangiucchiato senza capirci molto (anche se erano state presentate in ordine temporale corretto): degli effervescenti fuochi fatui sprizzano alcuni accenni di comprensibilità in un libro che – non sarà di certo l' Ulisse di Joyce, ma comunque – necessita di una concentrazione che forse non è più possibile richiedere al lettore medio.
Se ci si imbarca nella faticosa e immane [ sic! ] epopea che Cloud Atlas costituisce, una coreografia musiva di fuochi d'artificio narrativa, sotto ogni aspetto, esploderò nel cielo sterile della letteratura contemporanea: David Mitchell possiede uno stile multiforme, che gli permette di adattarsi con mimetismo virtuosistico a ogni situazione.
Si parte dalla sobrietà elegante de Il diario del Pacifico di Adam Ewing , la storia con la quale il romanzo si apre e si chiude, che narra le disavventure di un giovane notaio californiano in viaggio nell'oceano. Nessun dialogo, mera e laconica precisione, nel riportare le tribolazioni in cui incorrerà, che esse lo coinvolgano direttamente o che concernano invece l'ingiusta lotta tra i cacciatori-raccoglitori moriori e i crudeli assalitori maori – dipinta con notevole e inaspettata consapevolezza dallo scrittore tramite il proprio personaggio, al punto tale da somigliare ad Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, a tratti.
Intorno al 1960, Luisa Rey – giornalista impiegata presso la rivista Spyglass, fatta di passioni voyeuriste per le celebrità e di cronache di vanità – sta indagando rispetto all'edificazione di una nuova centrale nucleare sull'isola hawaiana di Swannekke: lo fa evitando di finire ammazzata dai sicari ingaggiati dalla multinazionale che si sta occupando del progetto, la Seaboard Power, schivando i colpi bassi di un capo opportunista e affezionandosi poco alle persone, alla ricerca disperata della verità. (Spesso sembra quasi caricaturale come comportamento, ma quando all'orizzonte si evocano padri ispiratori di virtù bisogna piegarsi.)
La novella che più ho apprezzato leggere però è intitolata "La tremenda ordalia di Timothy Cavendish", che, sia per quanto riguarda lo stile – ironico, pungente e a tratti cervellotico –, sia per quanto riguarda l'ambientazione e i personaggi – case di riposo ed editori dal carattere ingestibile –, mi ha ricordato moltissimo La scopa del sistema , di David Foster Wallace, un romanzo d'esordio giovanile ed eccentrico. Le vicissitudini di Cavendish, scrittore ed editore londinese, sono tra le più puramente divertenti e intrattenenti dell'intero libro, e racchiudono una singolare reinterpretazione della noia della senilità, accompagnate da uno stile frizzante e del tutto diverso da quello degli altri racconti.
Proseguendo il nostro tour intertemporale, se guardiamo davanti possiamo vedere chiaramente le disturbanti deviazioni autoritarie di una società turbocapitalista – ben più di quella evocata da Fisher –, dove il consumismo esasperato si fonde con l'eugenetica più affamata e la ribellione antisistemica fa parte – ed è prodotta in quanto parte integrante – del sistema cui si oppone. Prima dell'esecuzione che la aspetta, la clone Sonmi-451, divenuta celebre per essersi unita alla rivoluzione dopo aver sviluppato una coscienza – malgrado ciò per cui era stata programmata in origine, ovvero svegliarsi-servire in un simil McDonald's-essere molestata dai clienti-essere molestata dal proprio datore di lavoro/padrone-ingurgitare del sapone-dormire –, rilascia un'intervista in cui ripercorre la propria breve vita con un tono che è sostanzialmente un miscuglio di Voltaire, Cerchio Firenze 77 e Mughini al suo peggio, ma dieci volte più coinvolgente (sottolineo questa componente perché non è scontato che sussista per racconti tutto sommato brevi).
E infine, l'epicentro del domino che trascende i secoli si trova nella storia centrale: Sloosha Crossing e tutto il resto , da cui si dipana una serie di fili interconnessi su una grande tabella universale, sotto le stelle di un mondo buio. La civiltà è retrocessa a una condizione non dissimile da quella da cui si è partiti, internamente al libro: i moriori sono stati sostituiti dai valligeri, gli isolani abitanti delle scalanature roccioso-boschive dell'arcipelago delle Hawaii – ormai irriconoscibile – e i maori dagli spregevoli Kona, ma il principio è il medesimo: genocidio ed espansione territoriale. Una parole ricorrente nel centinaio di pagine che segue le vicende di Zachry, valligero il quale fa la conoscenza della presciente Meronyma, è "reincarnazione": che sia per dilemmi morali, questioni ultraterrene o sofferenze quotidiane, la resurrezione incombe sempre; forse, quindi, vedere gli occhi di qualcuno nel corpo di qualcun altro, a distanza di decenni, non è una mera casualità, così come non lo è la peculiare voglia a forma di cometa che marchia la pelle di tutti i protagonisti delle storie. L'eleganza con cui Mitchell consegna coesione a una narrazione così frammentaria e che segue le orme del romanzo epistolare, storico, giallo, umoristico, fantascientifico, è davvero ammirevole.
Potrei a questo punto inimicarmi l'autore, ma sono sufficientemente convinto che ci sia una novella che detiene un'importanza ancora maggiore di quella eziologica retroattiva di Zachry, nella struttura del romanzo e nel simbolismo che lo anima: Lettere da Zedelghem , che si presenta in seconda e in penultima posizione. Robert Frobisher è il Musicista per eccellenza: capelli scompigliati, vita sregolata, bisessualità (negli anni Trenta dell'Europa novecentesca), la capacità innata di trasporre la realtà in una notazione da lui stesso ideata, il filtro da idealista-fatalista che lo condanna al disagio, sfogato brutalità ancestrale sulla carta. La novella orbita attorno alla corrispondenza tra lui e Rufus Sixsmith, brillante matematico di Cambridge, nonché suo amante, per quanto sommessamente: il ragazzo si sposta ben presto in Belgio, soggiornando presso la sontuosa abitazione di Vyvyan Ayrs, celeberrimo compostore della vecchia Europa, incapacitato a scrivere le note su carte da una malattia; Robert si trasforma nel suo scrivano, nel suo amanuense, e nel frattempo intrattiene una relazione – lui rassicura l'amante d'oltremare – carnale con la moglie dell'uomo, Jocasta, e poi una sentimentale con Eva, la figlia della coppia, pudica e velenosa, per quanto ammantata da un velo di fascino femminile irresistibile. Nonostante i soprusi subiti dal maestro, si dedica indefesso alla composizione di un unico sestetto, un pezzo tanto geniale, magnifico, trascendentale e umano da risultare simile al canto della sirene, che incatena l'ascoltatore e lo trascina nelle profondità più tremende del cielo terso: L'atlante delle nuvole .
L'eccezionalità di questa storia apparentemente marginale – dal mio punto di vista – forse è stata dettata anche dalla visione del film, di cui costituisce il principale accompagnamento sinfonico e musicale; tuttavia, un dettaglio che spicca con preminenza è che la storia di Robert Frobisher – l'emarginato, il deluso, il sognatore – sia l'unica tragedia: la storia del Musicista anticonformista di Cambridge è l'unica che non vede la luce, l'unica che spiraleggia senza freni in un abisso sempre più oscuro, fino a implodere nei secoli.
L'ultima traccia di Robert Frobisher, il più grande compositore inglese della propria epoca, è un sestetto, quasi introvabile nei negozi, rarissimo, perturbante, sotteso alla genialità marginalizzata di un uomo solo in una rimbaudiana fuga da sé stesso, e così quello che lascia echeggia nelle vite di coloro che l'hanno seguito e che l'hanno preceduto; "quando finisce, il Grande Vecchio lo rimette, per l'eternità delle eternità": danzano sotto le stelle, sulle onde cerulee dell'oceano, sempre sotto lo stesso cielo e sempre sopra lo stesso mare.